Il diavolo non è mai così brutto come lo si dipinge....

"Il diavolo non è mai così brutto come lo si dipinge" è una di quelle frasi che mi catapulta agli anni dell'infanzia, quando la mia bisnonna cercava di mettermi in guardia contro un mondo dai contorni spesso scoloriti e sbiaditi, dove non si capisce sempre esattamente dove finisce il bene ed inizia il male, ma dove spesso bene e male si intrecciano in un orgia che alla fine partorisce la vita di cui noi tutti siamo protagonisti.
Questo a mio avviso è quello che sta succedendo a Taranto, città bellissima fatta non solo di mare, sole profumi e paesaggi tipici di ogni città del sud che ha la fortuna di affacciarsi al mare, ma anche di peculiarità come l'isola di Taranto vecchia, il castello Aragonese immensa fortezza che si affaccia direttamente sul mare e dal ponte girevole (sapete che ne esistono meno di 10 esemplari in tutto il mondo?).
Taranto città fatta di persone sotto il continuo ricatto di una occupazione che scarseggia e di un boia invisibile (tumore) che solo nei bambini ha una percentuale che si spinge fino al 30% in più rispetto alla media nazionale.
Tutti sappiamo il perché, i giornaloni e le armi di distrazioni di massa hanno riempito le nostre coscienze con la certezza che il mostro fosse l'Ilva, ed in parte hanno sicuramente ragione.
In parte perchè a volte quello che si vede (la rossa ruggine del minerale di ferro che si deposita sui palazzi e le strade adiacenti al quartiere Tamburi) uccide tanto quanto quello che non si vede (Pm10, ossido di zolfo ed azoto, diossina etc...) che non sono prodotti solo dall'Ilva ma forse qualcuno dovrebbe iniziare ad interrogarsi anche sul cosa esce dai camini del petrolchimico statale proprio di fronte all'Ilva (quanto meno per principio oltre che per par condicio). Ma la questione non è questa.
Oggi 6000 dipendenti Ilva sono a rischio licenziamento ed ancora una volta il prezzo più alto di una mala gestione (che comunque faceva miliardi di utili l'anno) la pagano ancora con gli interessi i dipendenti che sono gente come noi, con delle famiglie da sfamare, con dei mutui sulle spalle da saldare con una dignità da difendere perché per un comunista (uno vero) il lavoro è prima di tutto diritto e dignità (non è elemosina da reddito di cittadinanza).
Mi ricordo quando tutte le mattine alle 7 mi avviavo da via canale di Sicilia dove avevo un piccolo appartamento in affitto condiviso con un mio collega di Bari (Ing Massimiliano Gallo) e percorrevo il ponte punta penna, svoltando prima all'uscita di Bari/Porto di Taranto ed infine Statte. L'ingresso la portineria tubificio era una moschea di auto e persone che tutte le mattine entravano superando il cancello sorvegliato e si cambiavano negli spogliatoi subito adiacenti prima di essere trasportati con il pulman nei vari reparti (noi impiegati avevamo una 600 ogni tre inpiegati).
Si perchè l'Ilva era una città con i suoi diversi reparti, la caserma dei vigili del fuoco, la sua struttura di pronto soccorso e km e km di rotabile che veniva usato dagli immensi carri siluro che trasportavano la ghisa liquida dagli Altoforni alle acciaierie. Una cittadina che (ai tempi della gestione Riva) contava 16000 dipendenti Ilva + "gli esterni" + l'indotto per un totale di almeno 30000 stipendi che entravano nelle case di Taranto e provincia e contribuivano al bilancio familiare di almeno 90000 persone (considerando una famiglia media composta da Padre, Madre e figlio a carico).
L'Ilva non era solo l'unico posto in Italia in cui si produceva acciaio con un sistema a ciclo continuo ma era anche un posto dove imparavi a convivere tra il "cameratismo" imperante e che trovava nei fiduciari di turno i suoi massimi esponenti e la solidarietà del mondo operaio che faceva blocco comune e si supportavano l'uno con l'altro perché lavorare in certi posti malsani e difficili quasi lo imponeva.....insomma era una palestra di vita, un mondo in piccolo dove veniva riproposta tutta la mediocrità comune con un pizzico di eccellenze e persone che nel loro essere normali regalavano perle di saggezza immense.
Ricordo giusto qualcuna detta da un mio collaboratore con il quale ho lavorato (Luigi) che diceva "ingegnere vuole fare la frittata? Allora deve rompere le uova altrimenti la frittata non esce" oppure "ingegnere io non posso lavorare facendo 4 ore di straordinario al giorno perché io quando torno a casa voglio avere la forza per poter far l'amore con mia moglie"
Sì perché lavorare all'Ilva spesso voleva dire lavorare 12h/24 per 6 giorni 7 quando non c'erano particolari problematiche o esigenze da affrontare ma sopratutto risolvere. La tua vita si consumava lì tra una bramma incandescente che usciva dal forno di pre riscaldo color oro prima di percorrere la via dei rulli che l'avrebbe portata prima allo sbozzattore e poi alla finitura e le pause caffè abbondanti che non mancavano mai e che ti permettevano di rimanere concentrato (quindi vivo ed incolume).
Si perchè in una acciaieria, in un industria pesante basta un attimo, un singolo istante di distrazione per lasciarci un braccio, un occhio, un piede o ancor peggio la vita.
Per questo quando penso a quei 6000 esuberi non posso che non pensare alle persone meravigliose che ho conosciuto la cui unica colpa è stata quella di aver fatto fino in fondo il loro dovere, con il massimo impegno e la massima professionalità che un qualsiasi datore di lavoro potrebbe umanamente chiedere.
Non penso al danno economico che la chiusura di uno stabilimento simile creerebbe ad una industria italiana già in profonda crisi, si perchè nonostante le scoperte innovative nel campo dei materiali, l'acciaio (ve lo dice un ingegnere meccanico che ha sempre lavorato viaggiando molto per non piegarsi alla logica italiota delle raccomandazioni) continua ad essere la materia prima principe dell'intero mondo industriale e senza materia prima non si va da nessuna parte.
Non penso solo all'impatto ambientale che non lo risolvi chiudendo una azienda di quelle dimensioni e lasciandola a marcire (non avendo poi il comune le disponibilità per bonificare una area di così ampia metratura) e lasciando quindi che le sue fondamenta continui ad inquinare falde acquifere e quant'altro.
Penso al danno che subiscono quei 6000 lavoratori che dall'oggi al domani si troveranno per strada in una regione che di opportunità non ne offre già di per se un granché (io sono di Foggia orgogliosamente Pugliese).
Quindi ecco mi chiedo al di là degli allarmismi, mettendo al primo posto la salute dei Tarantini perché è vergognoso che nel 2017 si debba ancora fare una scelta tra la salute pubbliche delle persone, dei bambini di tutti i cittadini di Taranto ed il loro lavoro, la mia domanda è proprio non si poteva gestire meglio la faccenda? Non è forse da ipocriti combattere la mafia quando lo stato si dimostra assente, sordo ed incapace in quei territori forse troppo lontani dalle comode poltrone imbottite di Roma?


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